Vacca Boia! – La recensione di VELOCE COME IL VENTO

Mettiamo subito in chiaro una cosa: Veloce Come Il Vento NON è il Fast & Furious italiano. Non è nemmeno il Rush de noatriVeloce Come Il Vento  è un film italiano, con tutti i pregi e i difetti che questa appartenenza si porta dietro. Ma soprattutto Veloce Come Il Vento  è un film di macchine e corse. Anzi, è un film dannatamente bello di macchine e corse.

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WROOOOOOOM

Veloce Come Il Vento è  un diesel, ci mette un po’ a carburare. Cioè così parlano quelli che ne capisco di macchine. Quelli che, per capirsi, non hanno alcun timore reverenziale davanti al meccanico e che a 15 anni avevano già smontato ed elaborato tutti i motorini dei compagni di classe. Tu invece in ‘ste cose non fai altro che fidarti, ed adeguarti al loro slang. Dicevi, ci mette un po’ a partire, tipo quei 10 minuti iniziali dove Veloce Come Il Vento mostra timidamente i muscoli, e presentano un po’ chi sono i personaggi coinvolti in questa storia di redenzione e amore fraterno. 10 minuti che a te erano bastati per diffidare delle critiche esaltanti che avevi letto sul film, e a farti pensare che tutto fosse edulcorato dal mantra Bello, per essere un film italiano. Una giustificazione dietro cui, oggi il cinema di genere italiano, non può più permettersi di nascondersi. 10 minuti o poco più, giusto il tempo che entri in scena Stefano Accorsi e che si metta le cuffie in testa. Da lì in poi il film accelera e non si ferma più.

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Vacca Dio, ora tocca a me

La battuta facile che hai fatto uscito dalla sala è che Questo film  fa sembrare Accorsi bravo, visto che cani sono gli altri attori. Era l’adrenalina che ancora mi batteva in testa, chiedi venia. Sta di fatto che il personaggi di Loris riempie lo schermo e trascina lo spettatore. Diventa lui il fulcro del film, il motivo per cui ti appassioni a tutto. Accorsi, con la sua fisicità e l’accento spavaldo, porta sullo schermo un personaggio tossico, folle e trasandato, ma reale. Un disperato vero, di quelli che vedi girare per le piazze. Di quelli a cui non affideresti tuo figlio. Quelli a cui dare un euro per liberarsene, sperando che non si compri la droga. Attorno a lui ruotano tutti gli altri personaggi del film, interpretati più o meno bene da varie facce del cinema italiano, più o meno famose. Ma come per Giulia, la protagonista ufficiale del film interpretata dall’esordiente Matilda De Angelis, ogni personaggio ha alle spalle una scrittura solida, che li rende completi. Non semplici comparse tra una corsa e l’altra.

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Quel sorrisetto sta a significare “Dimmelo ancora che in Italia non si posso fare certi film”

Essendo un film di macchine, l’altro fulcro di tutto sono appunto loro: le macchine da corsa. Ma non quelle cose che rotolano ed esplodono nei film di Vin Diesel. Macchine vere che sgommano e sputano fuoco, non roba piena di lucette colorate e computer grafica. La furbizia del regista Matteo Rovere (già produttore di Smetto Quanto Voglio punto di partenza, per te, di questa rinascita del cinema italiano) sta proprio nel rappresentare questa auto come delle bestie, dei bolidi che ruggiscono e che sono difficili da domare. Infatti il suono, il rombo, è fondamentale nelle bellissime sequenze di gare e/o negli inseguimenti. Mettici poi una colonna sonora con dei pezzoni che caricano tantissimo, usati con sapienza e misura in modo da non diventare mai invadenti, ed ottieni uno dei film più adrenalinici e potenti degli ultimi anni. Poi il regista, che è anche sceneggiatore, sa quando calcare la mano e quando indugiare. Quando dire e spiegare (vedi le varie piccolezze tecniche qua e là) e quando lasciare a te spettatore capire quel che c’è da capire (come per il passato di Loris)

5

5 su 5. Lo so, non è un film perfetto. Ogni tanto sbaglia qualche curva e sul finale, quel finale lì che ti pare un po’ posticcio, sbaglia traiettoria, ma porca vacca che film. Hai sorvolato bellamente su alcuni passaggi che richiedono una piccola dose di sospensione dell’incredulità  (vedi tipo il fatto che figlia, padre e un vecchio gestiscano un team di corse), perché questo film ti ha gasato troppo. E può anche starci che a livello temporale non tornino tanto i conti, se poi mi metti una sequenza di allenamento che spacca letteralmente i culi e ti carica come una bestia, e se da sfondo usi quei circuiti lì. Quello dove tuo papà ti trascinava all’alba a vedere la Formula 1 (tipo la Tosa di Imola), o quelli dove ora tu ti sgoli per la Moto GP (tipo l’Arrabbiata 1  e 2 del Mugello). Che vuoi farci, sei un sentimentalista.

Veloce Come il Vento ti ha incollato alla poltrona come non succedeva da tempo. Da quando neanche un paio di mesi fa sei andato a vedere Lo Chiamavano Jeeg RobotE questo è tutto dire. Il cinema italiano di genere è in gran forma e lo sta dimostrando. Lo dimostra, a tuo modo, anche in questo Veloce Come Il Vento nella corsa finale, dove RovereAccorsi e una Pegeout 205 Turbo sembrano dirti Ok ragazzi. Noi siamo quelli sgangherti, fatti in casa con pochi soldi. Gli altri sono loro, con le macchine tutte lucide, colorate e con i neon. Loro sono bravi a mostrare i muscoli e fare i tamarri. Ma noi c’abbiamo le palle e il cuore grosso così. E questa gara stavolta la portiamo a casa noi.

Si, Veloce Come Il Vento e un po’ bruttino come titolo, ma meglio dell’idea originale: Italian Race. Che poi, neanche Il Veloce E Il Furioso è sto granché.

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