30 anni di Dylan Dog

C’è questa storia che tua mamma racconta sempre. La storia di te decenne che vai in edicola a comprarti Dylan Dog e dell’edicolante che avverte tua madre del fatto che sia un fumetto violento e da grandi. Da quel giorno tua mamma ti vietò di leggere Dylan Dog. Ora, tu non hai un ricordo limpido di ‘sta storia, anche perché a 10 anni eri in fissa con Nathan Never, e quella dell’Investigatore dell’Incubo era più una lettura occasionale dovuta a qualche numero di straforo che ti passava tuo zio. Però è un bell’aneddoto da raccontare, proprio oggi che l’inquilino di Craven Road 7 spegne 30 candeline.

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Ora potresti cavartela con un post semplice, di quelli pieni di nomi importanti, di riferimenti cinematografici e di citazioni da quei 2 o 3 numeri delle serie che piacciono un po’ a tutti. Ma la verità è che tu e Dylan non siete dei vecchi amici, di quelli che hanno condiviso il banco dall’asilo alle superiori per capirsi, ma lo siete diventati con il tempo. O meglio, con l’età. Da piccolo (dove piccolo sta per pre-turbe-adolescenziali) Dylan Dog aveva il fascino che hanno le cose che a quell’età ti sono proibite. Aveva il sangue, gli squartamenti e le tette. Un mucchio di tette. Ma era anche un fumetto che non era nelle tue corde, a te interessavano i robot e viaggi spaziali. Però c’era qualcosa in quei pochi numeri che giravano per casa che ti catturava e incuriosiva. Insomma tu e Dylan vi conoscevate di vista all’epoca, come quel ragazzino della B che avevi incrociato alle feste di compleanno di qualche amico in comune. Ci avevi scambiato si e no due parole, del tipo Mi passi le patine? Niente di più. Ma ti stava simpatico, così. A pelle.

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Poi, per quelli che potremmo definire una serie di fortunati eventi, hai ripreso in mano Dylan Dog. Dal numero 337 per precisione. Da quel rilancio editoriale che ha fatto tanto parlare di sé. Da quella che alcuni definiscono La Cura Recchioni. Uno svecchiamento del personaggio, che passa anche attraverso una maggiore continuità nelle storie. Un passo avanti del personaggio che gli ha tolto la polvere che ormai da tempo si posava sulla giacca. Così con quel ragazzino della B hai cominciato ad uscirci sempre più spesso e ormai siete diventati migliori amici. Di quelli che si raccontano tutto. Tanto che hai cominciato perfino ad interessarti al suo passato, a cercare di capirne un po’ di più di lui. Che ormai Dylan ne ha 30 di anni e ci sono cose di lui che ancora non sai, e ti va di scoprire.

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Il 26 settembre del 1986 usciva quel volume lì, L’Alba Dei Morti Viventi. Il primo numero di Dylan Dog. Quello che poi sarebbe diventato un fenomeno di massa che, almeno a livello fumettistico, ha pochi eguali nel panorama italiano. Fu sempre tuo zio a regalartelo, nell’edizione Collezione Book, quella del 1996 con la copertina cartonata. Quell’albo l’hai divorato, riletto decine di volte. Venerato come una reliquia sacra e poi perso. Ancora oggi L’Alba Dei Morti Viventi resta il numero d’esordio perfetto. 96 pagine di precisione chirurgica, scritte dal papà Tiziano Sclavi e disegnate dal mitico Angelo Stano, che delineano il maniera efficace sia il personaggio, sia il tono generale della serie. Ecco, l’hai fatto. Sei andato anche tu per luoghi comuni e citazioni.

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Che dire, c’è l’hai stampato in testa quel mitico numero 1. Lo ricordi quasi a memoria e ancora oggi a 30 anni di distanza ti emoziona. Quel Dylan lì. Con quelle pose lì. Con quel suo tono lì. Un fascino che fai fatica a spiegare a parole e che forse comprendi a pieno solo ora. Ora che sei tornato ad aspettare con trepidazione ogni nuova storia dell’Old Boy. Anche se a lui quel nomignolo non è mai piaciuto. Anche se non si fa più chiamare così. Anche se hai 29 anni e forse aveva ragione quell’edicolante là. Dylan Dog è roba da grandi. E tu ora sei grande abbastanza.

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