La recensione di The Resurrection of Jake The Snake – Ovvero alzati e scrivi

Mollare. Smetterla. O meglio, lasciar andare tutto. Procrastinare. Auto sabotarsi. Tu sei un maestro nel farlo, forse questo è il tuo super potere. Partire a mille e poi perdersi per strada. Trovare scuse.  Le più banali possibili magari, ma che ti diano quel caldo senso di Sollievo dalle responsabilità. Sempre loro, le maledette responsabilità. Quelle che derivano da morsi di ragni radioattivi, ma anche da cambiamenti, da scelte di vita che prima o poi davanti allo specchio ti fanno dire Si stava meglio prima. E poi riprendere in mano tutto. Rialzarsi. Togliere la polvere dal costume. Riallacciare il mantello e ricominciare a fare il tuo. Che è uno sporco lavoro, e nessuno ti ha chiesto di farlo. Ma sinceramente anche di questo ora te ne frega poco.

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Nella prima grande invasione del wrestling a metà anni 90 tu eri poco più che un bambino, e di quel mondo fatto di gente vestita strana che fingeva di picchiarsi capivi poco più che nulla. Ma ti piaceva, e come se ti piaceva. Tu e tuo fratello, più vecchio di 6 anni e quindi tecnicamente più preparato a capire i meccanismi del gioco, eravate in fissa. Talmente tanto in fissa da costringere vostra mamma a prendervi il ring e i pupazzetti dei wrestler. I pupazzetti si, quelli che oggi fa figo chiamare action figure e vendere ad un fottio di soldi. Dicevi, i pupazzetti di plastica con le fattezze dei wrestler, ne avevate un bel po’. Il tuo preferito era sempre lui Randy Savage aka Macho Man, ma c’era anche Ultimate Warrior, un improbabile Jim Duggan e poi lui. Un tipo strano e schivo, di quelli a cui fai sempre fare la parte del cattivo, perchè ha la faccia del cattivo. Ma soprattutto perchè aveva il gadget più figo di tutti: un serpente da mettere al collo.

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Questo per te è sempre stato Jake The Snake Roberts, un ricordo d’infanzia, un piccolo bellissimo e un po’ sbiadito ricordo d’infanzia. Poi sai com’è, si diventa grandi e ci si dimentica di certe cose. Tu, no. Il wrestling, tra alti e bassi, lo segui ancora . Sta di fatto che da quando sei entrato nel meraviglioso mondo di Netflix, oltre ai miliardi di cose che non riuscirai mai a vedere, sei andato in fissa per i documentari. Tra questi c’è appunto The Resurrection of Jake The Snake che messa già così fa un certo che. Ma non centra Scientology o gente che cammina sull’acqua.

Partendo dal presupposto che The Wrestler per te è un capolavoro che ti fa piangere come una liceale con le sue cose ogni volta, è facile capire quanto questo Resurrection of ti sia arrivato dritto come una clothesline quando meno te lo aspetti. Il documentario segue la disintossicazione alcolica (e non solo) di Jake, anzi segue la devastante e terribile vicenda personale di un uomo che cerca di sconfiggere il suo più grande nemico: se stesso. Un uomo ridotto ad essere un violento ed irascibile vecchio alcolizzato, che ha distrutto tutta la sua vita, sperperato i suoi soldi per ritrovarsi solo e abbandonato da tutti. Da tutti, ma non dai suoi fans, che ancora lo sostengono e rivedono in lui qualcosa. Qualcosa che forse si è perso per sempre.

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The Resurrection of Jake The Snake va oltre il wrestling, e va oltre anche i personaggio stesso di Jake. E’ una sincera e disperata discesa negli inferi personali di un uomo distrutto e rovinato dai propri vizzi. E’ l’altra faccia dello show business, quella masticata e sputata quando non serve più a nulla. Quando non ha più sapore. Ma è anche la determinazione di un uomo a riprendersi la sua vita ,o meglio a farse una. Un uomo che, dietro la gimmick dello spietato, è in realtà un persona debole e fragile. Un po’ come lo siamo tutti.

The Resurrection of Jake The Snake non passerà alla storia come il miglior documentario del mondo, è più un fan movie nell’eccezione positiva del termine. A te è piaciuto tantissimo, anche un po’ per i suoi riferimenti ad un business che nella sua assurdità ti ha sempre affascinato, ma che in realtà ha molti, moltissimi, scheletri nell’armadio.

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Si insomma, se c’è l’ha fatta lui a ritirarsi in piedi, io posso anche trovare il tempo di tirare avanti un blog. Tutto qua.

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