Fare IL cinema – La recensione di DUNKIRK

A volte ritornano, come scriveva Stephen King. O meglio, a volte serve una scusa per tornare. Tutto lì. Sono stati mesi un po’ incasinati, dove non trovavi (o non avevi / o non volevi trovare) il tempo di metterti lì a scrivere con la testa tranquilla. Ma ora ti è tornata la voglia di riprendere in mano il giocattolino che stava prendendo polvere, e a cui sei tanto affezionato. Però ti serviva una scusa, una scusa davvero buona. La scusa questa volta si chiama Dunkirk, cioè Dunkerque, o secondo alcuni il miglio film di guerra di tutti i tempi.

Bodega Bay

Facciamo un passo indietro. Gennaio 2016. In Italia esce Revenant, La gente va fuori di testa, i critici anche e l’Accademy segue a ruota. Tutti matti per  Iñárritu, ma a te non convince del tutto. O meglio, al di là delle indubbie qualità visive della pellicola, a te non  che va giù Di Caprio che fa le facce. Cioè non ti convince il suo personaggio, troppo buono per sopravvivere in un mondo così cattivo. Così selvaggio.

Settembre 2017. Dunkirk sbarca anche in Italia e dalla sua collinetta di onnipotenza Christopher Nolan ti guarda dall’alto al basso per dirti ‘mo vi insegno io a fare il cinema. Budget stratosferico, CGI ridotta all’osso, centinaia di comparse, pellicola in grande formato e Hans Zimmer alla carica. Il mondo impazzisce di nuovo. Tutti gridano al capolavoro. Nolan sogghigna.

Maggio 2015. Mad Max: Fury Road. Basta questo. George Miller torna a sedersi sul trono che gli spetta di diritto. Prende il tuo cervello, le tue cornee e le squanquassa. Le frulla, le mastica e le risputa. Per te nulla è più come prima. Tom Hardy diventa Dio.

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Quindi? Quindi Dunkirk e la punta più alta di questa parabola cinematografica dove la visione sovrasta il racconto. Dove l’alto concetto, si mescola al facilmente commestibile e genera un prodotto che è così tanto trasversale, da dare quasi fastidio. E’ visionario quanto Revenant, è carismatico quanto Mad Max. Ma Dunkirk si spinge oltre. Dunkirk inizia e finisce. Uno schiaffo in faccio di 106 minuti. Una lunga, lunghissima fotografia della Seconda Guerra Mondiale. Senza fronzoli, senza passato, senza retorica.  Perché quello che conta a Nolan è il qui ed ora. E’ la sopravvivenza.

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Il nemico non esiste, non ha quasi forma. E’ un suono spaventoso che piomba dal cielo. E’ la paura che assale i protagonisti ogni volta che voltano lo sguardo. E’ lo sfinimento che assale te spettatore. Lo sfinimento che ti porta a sperare che sia finita, che ‘sti poveri cristi si salvino. O che muoiano. Ma che in qualche modo la smettano di penare così tanto. Non c’è sangue in tutto il film, ma c’è una violenza psicologia che ti stupra. Che ti disturba. Non ci sono quasi dialoghi, ma non c’è mai silenzio. E quando arriva fa male. Non c’è un vero eroe, c’è un solitario pilota costretto a compiere delle scelte. Non c’è un protagonista, c’è un ammasso indistinguibile di uomini arenati su una spiaggia. C’è speranza forse, ma anche quella è solo fatta di uomini.

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Dunkirk decostruisce. Distrugge. E Nolan sogghigna. Quindi?

Dunkirk è un capolavoro? Si, indubbiamente, nel senso più vero del temine.

Dunkirk è il miglior film di guerra di tutti i tempi? Per ora no, ti serve una seconda visione, almeno, per capirlo. Per quel finale lì. Un po’ così.

Allora cos’è Dunkirk? E’ IL cinema.

5

APPUNTI POST-VISIONE

Lo so, lo so. Non si dovrebbe mai modificare un qualcosa che è stato pubblicato. Ma sinceramente, chissenè…

Solo per essere chiaro. Dunkirk cede sul finale dove Nolan non molla la presa. Quando scrivi qualcosa finisci per affezionarti a quella “cosa”. Tanto più se questa “cosa” ha una gestazione lunga, sofferta e personale. Nolan sul finale non lascia andare i suoi personaggi, lì porta a casa. Li vuole far star bene. Quando invece per te era giusto lasciarli andare, come sono arrivati. Senza passato, senza futuro. Le parole di Churchill, la folla, gli abbracci. Tutto questo da l’idea che il sacrificio sulla spiaggia di Dunkirk sia servito a qualcosa, dopo un intero film in cui mi dimostri il contrario. In cui mi dici che tutto questo non serve a niente.

Doveva lasciare andare i suoi personaggi, doveva lasciar planare quell’aereo senza un atterraggio. Doveva tradire la sua creatura e farla morire. Invece Nolan non ce l’ha fatta, l’ha addomesticata. L’ha messa a letto rimboccandogli le coperte.

Il problema di scrivere le storie, è che si finisce per innamorasi di loro.

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